Di Chiara Furiani
Thank you for reading this post, don't forget to subscribe!Eccolo finalmente, quello spettacolo che, anche da solo, basterebbe a dare senso al festival di quest’anno.
“Kohlhaas” arriva a Spoleto per vie traverse, ovvero nella versione inglese del regista italo-palestinese Omar Elerian tratta dall’originale di Marco Baliani, che a sua volta ha rielaborato la novella del noto letterato tedesco del’800 Heinrich Von Kleist.
Michael Kohlhaas è un mercante di cavalli che vive un’esistenza serena: una moglie, due figli e i suoi amatissimi animali, grazie ai quali ha potuto negli anni sviluppare una fiorente attività commerciale.
In maniera del tutto improvvisa, la sua felicità viene completamente stravolta dalla tracotanza di un signorotto locale, che con un pretesto gli sottrae i due cavalli più belli.
Incapace di rassegnarsi all’ingiustizia subita, Kohlhaas si ritroverà coinvolto in una tragica spirale di eventi che porterà anche alla morte della sua amata moglie e lo trasformerà nel leader di una ribellione di massa nei confronti dell’arroganza dei potenti.
L’allestimento coprodotto da Brighton Festival e Festival di Spoleto ha i toni apocalittici e universalistici della tragedia greca, ed è un affresco livido e potentissimo, nonché sorprendentemente attuale, come sanno essere spesso i grandi classici senza tempo.
Ma nulla di tutto ciò sarebbe possibile se non fosse veicolato da un attore superlativo in scena.
L’anglonigeriano Arinze’ Kiene tiene lo spettacolo sulle spalle per un’ora e mezza senza un attimo di cedimento né una sbavatura, toccando vette di commovente intensità senza mai scadere nella retorica.
Tante le suggestioni e gli agganci, anche col presente: il regista Elerian ha scritto la sua versione ai tempi delle proteste legate all’uccisione di George Floyd, ha affidato il testo a un attore di origine nigeriane, e proprio l’Africa Occidentale è stata l’area maggiormente coinvolta nella tratta degli schiavi; ma il pensiero non può non andare anche alle recenti vicende della Palestina.
Inevitabile l’ovazione finale del pubblico, per uno spettacolo che ha saputo veramente toccare il cuore.
Perderselo sarebbe veramente un peccato mortale. 










