- Il Presidente Pezeshkian ha definito gli Stati Uniti «colonialisti e assassini», sostenendo che Washington, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe voluto impedire l’esistenza stessa dell’Iran. Quanto queste affermazioni devono essere interpretate come retorica politica e quanto, invece, riflettono una reale percezione strategica di Teheran nei confronti degli Stati Uniti?
Risposta:
Le parole di Pezeshkian vanno collocate dentro una relazione segnata da decenni di ostilità, sanzioni, confronto militare e reciproca sfiducia. Definire gli Stati Uniti «colonialisti e assassini» non è naturalmente una descrizione neutrale, ma appartiene al linguaggio politico con cui la leadership iraniana rappresenta la propria opposizione all’ordine strategico americano in Medio Oriente. Tuttavia, sarebbe riduttivo considerarle soltanto propaganda: esse esprimono una concezione secondo cui la pressione militare ed economica statunitense mira a condizionare la sovranità e le scelte strategiche iraniane.
Dall’altra parte, anche Washington interpreta il comportamento iraniano attraverso una propria logica di sicurezza, legata soprattutto al programma nucleare, alla capacità missilistica, alla presenza delle forze iraniane e dei loro alleati nella regione e alla sicurezza della navigazione nel Golfo. Il punto centrale, quindi, non è stabilire quale delle due narrazioni sia semplicemente «vera», ma comprendere come due percezioni di minaccia reciprocamente incompatibili producano una dinamica nella quale ogni iniziativa dell’avversario viene interpretata come una possibile aggressione.
- Pezeshkian sostiene che l’Iran abbia reagito perché gli Stati Uniti avrebbero violato la parte del Memorandum d’intesa relativa allo Stretto di Hormuz. È possibile parlare di una violazione dell’accordo in termini oggettivi, oppure siamo di fronte a due interpretazioni contrapposte dello stesso documento?
Risposta:
È soprattutto una questione di interpretazione e di applicazione concreta dell’accordo. Il Memorandum firmato il 17 giugno prevedeva la cessazione delle operazioni militari e un percorso negoziale, attribuendo allo Stretto di Hormuz un ruolo fondamentale nella stabilizzazione del conflitto. Analisi successive hanno però evidenziato proprio le diverse interpretazioni delle clausole relative alla navigazione e alla sicurezza dello Stretto.
Teheran sostiene che gli Stati Uniti abbiano oltrepassato i limiti concordati e presenta le proprie azioni come una risposta. Washington, invece, ha giustificato le proprie operazioni come reazione agli attacchi iraniani contro la navigazione commerciale. Già il 7 luglio il Comando centrale statunitense aveva dichiarato di avere colpito obiettivi iraniani dopo attacchi contro tre navi commerciali, definendoli una violazione del cessate il fuoco.
Questo elemento è essenziale: l’accordo non è fallito soltanto per l’assenza di volontà politica, ma anche perché le due parti sembrano attribuire significati differenti agli obblighi reciproci. In una situazione del genere, il Memorandum rischia di trasformarsi da strumento di de-escalation in una nuova fonte di contenzioso.
- Lo Stretto di Hormuz è diventato il principale punto di pressione militare ed economica. Che cosa spiega la centralità di questo spazio e perché il controllo della navigazione può diventare uno strumento negoziale tanto potente?
Risposta:
Hormuz è strategico perché rappresenta uno dei principali passaggi obbligati dell’economia energetica mondiale. Prima della guerra, attraverso lo Stretto transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas. La sua militarizzazione produce quindi effetti che vanno ben oltre il confronto bilaterale tra Washington e Teheran: aumenta i costi assicurativi e di trasporto, altera i prezzi dell’energia e introduce un rischio sistemico per l’economia internazionale.
Per l’Iran, la capacità di condizionare il traffico nello Stretto costituisce una forma di deterrenza asimmetrica: Teheran non dispone necessariamente della superiorità militare americana, ma può aumentare enormemente il costo economico e strategico di una prosecuzione della guerra. Per gli Stati Uniti, al contrario, garantire la libertà di navigazione significa impedire che una singola potenza trasformi un’infrastruttura marittima internazionale in uno strumento di pressione politica.
Il problema è che questa logica può produrre un circolo vizioso: ogni tentativo di controllo dello Stretto viene considerato dall’avversario una minaccia, e ogni operazione destinata a garantire la navigazione può essere percepita dall’Iran come un attacco alla propria sovranità.
- Gli ultimissimi sviluppi sembrano mostrare una situazione paradossale: mentre il confronto militare resta concreto, Iran e Oman sono vicini a un’intesa sul transito nello Stretto. È un segnale di possibile svolta diplomatica oppure soltanto una pausa tattica all’interno della guerra?
Risposta:
Al momento sarebbe prematuro parlare di svolta definitiva. L’8 agosto Iran e Oman hanno dichiarato di essere vicini a un’intesa su un nuovo percorso di navigazione, mentre Washington ha manifestato aspettative positive rispetto a un possibile accordo. Tuttavia, Teheran ha precisato che l’intesa con Muscat non sarebbe sufficiente, da sola, a determinare la completa riapertura dello Stretto: rimangono condizioni riguardanti anche gli Stati Uniti, comprese richieste di compensazione.
Contemporaneamente, la situazione militare resta instabile. Gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato proprio oggi un attacco missilistico iraniano contro una nave collegata alla compagnia petrolifera statale ADNOC; l’azienda ha riferito che, dall’inizio del conflitto, quindici sue navi sono state colpite, con un morto e venti feriti complessivamente.
Questo significa che diplomazia e conflitto stanno procedendo simultaneamente. Potrebbe trattarsi di una diplomazia coercitiva, nella quale le parti utilizzano la pressione militare per migliorare la propria posizione negoziale. La vera prova sarà verificare se agli annunci seguiranno una riduzione effettiva degli attacchi, una navigazione regolare e meccanismi verificabili di applicazione dell’accordo.
- Il rischio non riguarda più soltanto Stati Uniti e Iran. Teheran ha recentemente minacciato di colpire infrastrutture energetiche del Golfo qualora Washington riprendesse gli attacchi, mentre Arabia Saudita e altri Paesi della regione cercano di evitare un’escalation. Quanto è concreto il rischio che la guerra diventi un conflitto regionale generalizzato?
Risposta:
Il rischio è significativo proprio perché il conflitto ha ormai sviluppato una dimensione regionale. L’Iran ha avvertito gli Stati del Golfo che un nuovo attacco americano contro il territorio iraniano potrebbe provocare ritorsioni contro infrastrutture energetiche, porti, reti elettriche e altri obiettivi strategici.
Parallelamente, Arabia Saudita e altri attori regionali sono coinvolti in un difficile equilibrio: ospitano strutture militari americane, ma allo stesso tempo sarebbero tra i principali danneggiati da un conflitto prolungato. Riyadh ha quindi interesse a impedire che la competizione USA-Iran trasformi il Golfo in un teatro di guerra permanente. Le preoccupazioni saudite sono aumentate anche per la possibile azione coordinata di milizie irachene e Houthi contro infrastrutture civili ed economiche.
La regionalizzazione, tuttavia, non è inevitabile. Proprio la vulnerabilità economica degli Stati del Golfo potrebbe diventare un incentivo alla mediazione. Il paradosso è che la minaccia di un conflitto più ampio può contemporaneamente aumentare il rischio di escalation e creare una pressione diplomatica più forte per fermarlo.
- Alla luce delle dichiarazioni di Pezeshkian, delle nuove ostilità e dei negoziati sullo Stretto, quale potrebbe essere oggi una soluzione realisticamente praticabile? È ancora possibile un accordo stabile tra Stati Uniti e Iran oppure la distanza strategica tra i due Paesi è ormai troppo grande?
Risposta:
Un accordo stabile rimane possibile, ma difficilmente potrebbe essere raggiunto attraverso una singola concessione. Servirebbe piuttosto un processo graduale fondato sulla reciprocità e sulla verificabilità. Il primo obiettivo dovrebbe essere la stabilizzazione di Hormuz: libertà di navigazione, regole condivise, assenza di attacchi alle navi commerciali e meccanismi indipendenti per accertare eventuali violazioni.
Successivamente dovrebbe essere affrontato il problema più ampio della sicurezza regionale e del programma nucleare iraniano. Per Teheran, qualsiasi accordo sostenibile dovrebbe comportare il riconoscimento della propria sovranità e una riduzione della pressione economica; per Washington, invece, sarebbero indispensabili garanzie verificabili sulla non proliferazione e sulla sicurezza delle rotte commerciali.
La difficoltà maggiore è la fiducia. Il Memorandum di giugno avrebbe dovuto rappresentare un meccanismo di cessazione delle ostilità, ma le successive accuse reciproche hanno dimostrato quanto sia fragile l’intesa. Per questo più che una «pace» immediata, appare realistico immaginare una sequenza di accordi limitati e verificabili. La questione decisiva sarà capire se Washington e Teheran riusciranno a trasformare la deterrenza reciproca in una forma di negoziazione stabile, prima che un nuovo episodio militare renda nuovamente impossibile il dialogo.
NOTE
Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche. Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano











