Diventa un intrico non risolvibile: il Comune dimostra, carte alla mano, di avere davvero ragione circa l’utilizzo attuale delle Mole. E lo spiega dettagliatamente, pure troppo, il sindaco Lorenzo Lucarelli, sostenendo la bontà della sua azione e di quella del suo predecessore Francesco De Rebotti. Appurato questo, però la questione non cambia: c’è la famiglia Caponi che reclama la sua, altrettanto legittima, proprietà, che farà di sicuro valere alla scadenza di quella specie di affitto in base al quale si era proceduto a costruire il solarium. E le due posizioni, almeno adesso, almeno per quanto viene dichiarato, sono in collisione.
Stando così le cose, il finale sarà, per le Mole ed il suo sviluppo turistico, poco felice. Rimarranno chiuse, come adesso e gli avvocati entreranno in campo. Una volta formalizzate le posizioni, ora sarebbe il caso di incontrarsi e stabilire insieme Comune e i Caponi, un modo per andare avanti insieme e gestire consensualmente quello spazio, che, è vero essere di loro proprietà ma è anche vero che è stato il Comune a lanciarlo a far balenare l’idea di un business.
Si percepisce, ad una analisi che si ferma ai comunicati, che la questione sembra essere stata affrontata in maniera superficiale da parte del Comune ai tempi della costruzione del solarium o che nessuno aveva pensato che le Mole diventassero un esempio italiano di turismo con tutto quello che ne è seguito. Adesso si spera che non siano gli avvocati a guadagnarci ma i bagnanti, narnesi e non che voglione scegliere le Mole per una immesione naturista di grande livello.
Di seguito il lungo comunicato del Sindaco Lorenzo Lucarelli, che purtroppo spiega l’iter formale senza al momento mettere in campo una strategia:
“Voglio essere chiaro su un punto: l’azione del Comune in questa vicenda è stata e resta orientata esclusivamente all’interesse della comunità e alla valorizzazione di un’area di straordinario pregio ambientale e naturalistico, che appartiene a tutti i cittadini di Narni. Il Comune di Narni continuerà a perseguire gli obiettivi di tutela e promozione del territorio nelle forme e con gli strumenti che la legge le affida, nell’interesse esclusivo della collettività. Detto questo ho esaminato la documentazione in possesso del Comune e posso affermare con certezza che l’autorizzazione rilasciata il 4 dicembre 2013 da Alvaro Caponi non riguardava un accesso meramente occasionale o limitato a esigenze esclusivamente tecniche. Quell’atto si inseriva in un progetto più ampio di riqualificazione e valorizzazione dell’area, finalizzato alla realizzazione di un percorso con valenze turistiche, culturali, storiche e naturalistiche. L’intervento, dunque, non era concepito come opera destinata alla sola pulizia fluviale, ma come parte di un programma pubblico di valorizzazione del sito e del territorio circostante. Ho potuto verificare che in quello stesso atto il proprietario autorizzava espressamente il Comune ad accedere all’interno della proprietà e ne disciplinava anche l’attraversamento necessario per raggiungere l’area oggetto dell’intervento. L’autorizzazione, peraltro, non si limitava alla sola fase esecutiva delle opere, ma si estendeva alla manutenzione e all’utilizzo delle strutture realizzate per i successivi venti anni. Si tratta di un contenuto che non ritengo conciliabile con la tesi secondo cui vi sarebbe stato soltanto un uso ristretto, precario o riservato ai soli addetti ai lavori. Ho rilevato inoltre che il medesimo documento poneva a carico del Comune l’eventuale costituzione di servitù o di altri diritti reali sulle aree interessate dall’intervento, e che la proprietà, rispetto alle opere realizzate dall’Ente, si impegnava espressamente a non sollevare contestazioni né ad avanzare pretese. Anche sotto questo profilo, gli atti restituiscono un quadro chiaro, che non coincide con la rappresentazione diffusa nell’articolo. Per questa ragione, ritengo necessario affermare con chiarezza che ogni valutazione pubblica sulla vicenda de Le Mole deve muovere dal contenuto effettivo dei documenti. Ed è proprio la lettura di quegli atti a dimostrare che l’accesso e l’attraversamento furono riconosciuti in funzione della realizzazione, della manutenzione e della fruizione di un’opera pubblica inserita in un programma di valorizzazione ambientale e turistico-culturale dell’area. Come Sindaco, considero mio preciso dovere tutelare la verità dei fatti e richiamare tutti, su una questione così delicata, a un confronto serio, corretto e rispettoso degli atti ufficiali. È per questo che abbiamo investito risorse pubbliche, promosso progetti europei e costruito nel tempo una rete di fruizione del territorio. Proprio alla luce di quanto emerge dagli atti, devo constatare che, allo stato, non sussistono i presupposti per avviare con i soggetti coinvolti ragionamenti condivisi di ulteriore qualificazione o valorizzazione dell’area.











