Impresa miracolosa e storica quella di Lorenzo Barone, il viaggiatore di San Gemini che partendo dalla Mauritania, ha attraversato l’Oceano Atlantico sino ad arrivare in America, in Guyana: l’approdo stamattina, domenica 25 gennaio, quando ancora era notte. E vi è riuscito con la sola forza delle braccia nel senso che l’unica forma di energia nella sua barca erano i remi, che ha mulinato dal 19 dicembre. L’unico legame che lo connetteva coi famigliari era il segnale Gps. Tra l’altro è riuscito ad arrivare almeno una settimana prima rispetto alla tabella più favorevole che aveva stilato. Forse merito dei venti che lo hanno incessantemente spinto anche durante le due tempeste, che ha dovuto attraversare.

L’impresa è davvero epica e fa impallidire anche quelle più celebrate di navigatori noti, quelli che avevano al seguito interi staff, con comunicazioni costanti con la terra ferma. Per Lorenzo invece buio assoluto: ha perso il segnale due giorni dopo la partenza dalla Mauritania.
Ora Lorenzo Barone si riposerà in Guayana qualche giorno nel calore della sua famiglia, non tanto però, in quanto una volta che avrà ripreso forze ripartirà in canoa alla risalita del Rio delle Amazzoni e poi a piedi per attraversare le Ande sino ad arrivare all’altro oceano, quello Pacifico. E poi sarà interessantissimo leggere il suo libro nel quale spiegherà di sicuro i dettagli di tanta impresa.
E dopo aver messo i piedi a terra. Lorenzo ha subito scritto le sue prime impressioni. Eccole:
L’acqua dell’Oceano Atlantico è passata sotto e sopra di me e di questa piccola barca a remi, dalla prima all’ultima goccia. I miei piedi hanno lasciato l’ultima impronta sulla costa della Mauritania e ora proseguiranno nella terra fangosa dell’Amazzonia.
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Non sono mai stato un “uomo di mare”, la mia unica esperienza era stata di due giorni nel Mediterraneo. Dopo oltre un anno di preparazione sapevo che per trovare le risposte a molte mie domande era sufficiente lasciare la costa, poi i venti e le onde prevalenti mi avrebbero spinto da Est verso Ovest, gli stessi venti che trasportano ogni anno milioni di tonnellate di povere Sahariana. Partire significava quindi riuscirci, non avrei avuto più alcuna possibilità di tornare indietro, ma non volevo solo riuscirci, volevo riuscirci vivo.
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Non è andato tutto esattamente come avevo previsto: mi sono ribaltato di notte imbarcando acqua, un pannello solare si è rotto, il dissalatore elettrico aveva una piccola perdita e sono stato obbligato sin dall’inizio a usare il manuale, la nausea si è dilungata per tre settimane durante le quali ho deciso di legare con dei cordini il piccolo telo con cui mi facevo ombra nel deserto del Ciad per cercare di recuperare le forze mancanti soprattutto mentre andavo alla deriva di notte, le correnti oceaniche mi hanno fatto “danzare” per centinaia di chilometri dalla costa del Sud America a causa delle enormi quantità d’acqua rilasciate dal Rio delle Amazzoni nella stagione delle piogge, a 15 km dalla costa sono quasi naufragato su degli scogli per la corrente di marea che mi stava portando via e a causa del fondale bassissimo di queste zone rischiavo di toccare il fondale con la deriva e danneggiando la barca, infine dei pescatori si sono offerti di aiutarmi per riuscire a risalire il fiume nel quale si trova il piccolo porto dove si conclude questa mia prima esperienza oceanica.
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Mi sono dovuto adattare, e questo per me è il cuore dell’avventura e della vita in generale. Iniziare un percorso con tante domande e perplessità per poi trovare le risposte strada facendo, accumulando esperienza grazie all’ignoto.